MOTTI LATINI E CITAZIONI

Motti latini, lettera T

Motti latini, sentenze e citazioni di uso quotidiano, con indicazione delle fonti, con i chiarimenti necessari e la traduzione italiana.
Motti latini che iniziano con la lettera T.



Tabula rasa.
Tavola raschiata. - Espressione con cui era designata in origine la tavoletta cerata usata dai Romani per la scrittura. Nel linguaggio filosofico, con tabula rasa si intende la condizione dell'intelletto umano, prima che cominci il processo della conoscenza. I filosofi sensisti, ad esempio il Locke, sostengono che la mente umana privata della conoscenza empirica non è altro che una tabula rasa. Nel linguaggio figurato può significare essere del tutto privo di cognizioni, di preparazione in un dato campo, o anche avere la testa vuota. Con riferimento alla tavola da pranzo apparecchiata, far tabula rasa significa sparecchiare, portare via tutto.

Taedium vitae.
Tedio della vita. - Espressione latina equivalente all'italiano "noia della vita", con cui si esprime sconforto morale e crollo psicologico che portano a rifiutare il peso dell'esistenza.

Tanto nomini nullum par elogium.
A così gran nome nessuna lode è pari. - E' l'epitaffio a Niccolò Machiavelli, sul monumento in Santa Croce, a Firenze, spesso citato per tributare a qualcuno una lode enfatica o anche ironica.

Te Deum.
Te Dio. - Così inizia l'inno liturgico: Te Deum laudamus, te Dominum confitemur, te Dio lodiamo, te Signore riconosciamo, cantato in ringraziamento d'un evento favorevole, per celebrare una vittoria, festeggiare la fine d'un flagello, uno scampato pericolo.

Temporibus illis.
In quei tempi. - Espressione adoperata in tono scherzoso o enfatico, per riferirsi a tempi lontani, con allusione a cose definitivamente passate (vedi In illo tempore).

Tertium non datur.
Il terzo non è concesso. - Espressione che risale alla logica aristotelico-scolastica (con riferimento al "principio del terzo escluso"), con cui si vuol significare che, in un'alternativa di due giudizi contraddittori, o di due ipotesi contrapposte, è esclusa ogni altra possibilità o soluzione: al termine del processo, l'imputato o viene assolto o viene condannato: tertium non datur. Timeo Danaos et dona ferentes. (Virgilio, Aen. II, 49).
Temo i Danai (Greci), anche se portano doni. - Sono le parole di Laocoonte , quando vuol dissuadere i Troiani dall'accogliere nella città il cavallo di legno lasciato dai Greci. Si ripete, talvolta in tono scherzoso, per esprimere diffidenza verso chi non si reputa amico e fa offerte e proteste di amicizia.

Transeat a me calix iste. (Matteo, XXVI, 39).
Passi da me questo calice. - Parole con cui Gesù, nell'orto degli Ulivi, si rivolge al Padre perché allontani da lui le sofferenze della passione. Nell'uso comune, si ripetono talvolta per invocare di essere liberati da un dolore, da una pena.

Tu quoque Brute fili mi?.
Anche tu, Bruto, figlio mio?. - Sono le parole che, secondo la tradizione, Cesare avrebbe rivolto a Marco Bruto riconoscendolo tra i suoi uccisori. Si usa talvolta la locuzione abbreviata tu quoque per esprimere addolorata sorpresa nei confronti di chi, da noi beneficiato, ci ripaga con l'ingratitudine.

Turris eburnea.
Torre d'avorio. - Collum tuum sicut turris eburnea, il tuo collo è come torre d'avorio, dice alla bella Sulamita il Cantico dei cantici (VII, 4). L'espressione biblica turris eburnea viene poi riferita alla Vergine nelle litanie lauretane. Nel linguaggio figurato, essere una torre d'avorio equivale ad essere di costumi irreprensibili, d'indubbia onestà; mentre chiudersi in una torre d'avorio sta a significare appartarsi in aristocratica solitudine, quasi ignorando i problemi sociali e politici che ci circondano.